Sono molteplici gli appelli e le richieste che in questi giorni di emergenza Covid19 stanno partendo dal settore culturale italiano verso le istituzioni in cerca di risposte per misure urgenti da  adottare in vista delle riaperture dei luoghi della cultura; burocrazie lunghissime e poca chiarezza nei comunicati ufficiali confermano però che, ancora una volta, la cultura e lo spettacolo dal vivo in particolare siano abbandonati al proprio destino e questa volta addirittura perché non si è in grado di definirne, e quindi riconoscere, la natura istituzionale. 

Per fare chiarezza dall’interno, capire l’animo e le reazioni in merito alle poche notizie confermate, abbiamo intervistato Michele Canditone, dal 2015 Amministratore Delegato di uno tra i più prestigiosi Teatri italiani, il Teatro Franco Parenti e, dal 2014, Procuratore del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Pier Lombardo. Un professionista super partes, “uomo di numeri” come si definisce, sicuramente tra i primi a battersi ed agire concretamente per quello che oggi sembra essere il reale tasto dolente che proroga a tempo indeterminato qualsivoglia attività ed iniziativa del settore: il riconoscimento del Teatro come impresa culturale.

Mango Mobile Solutions: In una delle sue ultime dichiarazioni sostiene che “il vero problema è che il teatro in Italia è poco rappresentato”.

Nei giorni scorsi, la Presidente dell’Associazione C.RE.S.CO (Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea), Francesca D’Ippolito, ha fatto appello al Ministero per la nomina di un esperto di settore ossia, citiamo, “una figura capace sì di comprendere  le caratteristiche di un comparto così anomalo per il quale il distanziamento sociale è di per sé un paradosso, ma che possa essere allo stesso tempo creativa nella misura in cui lo sono sempre stati tutti i creativi, cioè capaci di interpretare le istanze di un’epoca e di attivare i processi”, la richiesta, quindi, di una figura professionale che sembra essere in linea  con il suo pensiero per il quale bisogna pensare al teatro come ad un’impresa. 

 

Michele Canditone: Gli attuali rappresentanti del settore cultura in generale sono graditi dal Ministero. Come se gli esponenti delle Organizzazioni Sindacali di tutte le categorie fossero prima della nomina graditi dal Ministero del Lavoro: una situazione, a mio avviso assurda, che esiste solo in Italia e solo nel comparto cultura. Mi chiedo e chiedo: può un presidente gradito dal Ministro rappresentare una categoria? Ciò premesso, le associazioni dovrebbero tutelare gli interessi degli associati rappresentando in maniera chiara e inequivocabile le reali esigenze. Anche per far questo è necessario conoscere bene il settore del Teatro.

Attualmente il Presidente Agis è certamente riconosciuto come un grande esperto di cinema; e il teatro? Sarebbe necessario nominare a supporto un vice Presidente o un Coordinatore del settore specifico e, ovviamente, eletto dalla categoria. Di certo non mancano in Italia profili validi.

 

MMS: “Nessuno verrà lasciato solo” questa la “promessa” del Ministro Franceschini in seguito alla decisione di riaprire prima i Musei (dal 18 maggio con misure precise) e poi, non si ha ancora conferma, Teatri e Cinema.
Crede ancora che le “nuove forme di sicurezza rischiano di diventare un costo ulteriore anziché un guadagno”? Prevede che i costi possano compromettere la riapertura del Teatro?

 

MC: “Nessuno verrà lasciato solo!” è uno dei tanti spot lanciati dal Governo.

Il Presidente del Consiglio, che emette DPCM con una facilità incredibile paragonabile a interviste, non legifera passando dal Parlamento ove magari qualche parlamentare della maggioranza o dell’opposizione potrebbe fare gli interessi di quel popolo che li ha portati al Governo e forse sollecitare idee da integrare. Il Presidente che “concede o permette” nelle conferenze stampa dell’ultima ora per avere la maggiore visibilità possibile. Promesse inevase: dalla CIG ordinaria dove si da la responsabilità alle Regioni che non devono assolutamente rilasciare alcuna autorizzazione, alla CIG in deroga, al FIS per i lavoratori dello spettacolo.

Siamo a maggio e nessuno, dico nessuno, dei lavoratori di settore collocati in CIG o FIS ha ancora ricevuto l’integrazione. Cosa succede?

Un Presidente INPS che denuncia il ritardo di un giorno per un hacker che ha bloccato il sistema e che dal giorno successivo a quello in cui dichiara che è tutto a posto trascorrono ulteriori 40 giorni; un decreto liquidità spacciato per pronto, ma se vai in Banca nessuno ne conosce termini e condizioni; un iter da seguire con montagne di carte mentre un Presidente del Consiglio che, anziché fare atti in deroga alle Banche per il rilascio di somme a favore di imprenditori, artigiani, commercianti e partite IVA (perché garantite dallo Stato), invoca “atti d’amore” che le banche, cioè quelle che di mestiere vendono soldi, dovrebbero fare per erogare. Una garanzia statale di cui nessuno ha il coraggio di dire che si paga: da 25 punti base per il primo anno, 50 secondo e terzo e 100 dal quarto al sesto.

Alla luce di queste constatazioni mi sento di rispondere che sì, le nuove forme di sicurezza certamente aumenteranno i costi di gestione e di personale: posto che in una sala da 500 per rispettare le distanze si potranno ospitare massimo 170/180 spettatori, bisognerà controllare il rispetto delle distanze tra loro con l’impiego di un maggior numero di personale di sala, biglietterie adeguate al flusso, spazi da garantire per il passaggio in sicurezza, bar con servizio sul posto e così via. 

Come si potrà sostenere un minor ricavo pari ad un terzo (il biglietto non può essere triplicato per invogliare a tornare alla vita normale) con un maggiore costo? I teatri più efficienti anche sotto il profilo economico chiudono i bilanci di fine anno a pareggio, non certo con utili da ripartire tra soci.

 

MMS: L’esperienza della forma artistica “dal vivo” risulta essere oltre che una ragione artistica imprescindibile di esistenza anche una ragione economica: non si può immaginare di tenere vivo un luogo come il teatro solo con introiti provenienti dallo streaming (facciamo riferimento all’idea del “Netflix della Cultura” auspicata dal Ministro Franceschini”).

Considerato che allo stato attuale però, con le chiusure forzate delle sale e il nuovo claim statale “se ami l’Italia, mantieni le distanze”, lo streaming può considerarsi un palliativo contingente, ponendoci in un’ottica più vicina alla forma imprenditoriale, come immagina debba essere la nuova ripartenza del settore?

 

MC: Le dichiarazioni del ministro sono tutti slanci emotivi che partono da idee non ragionate.
Sì, uno spettacolo in streaming può essere un’ipotesi operativa per dare presenza nell’immediato ma devono considerarsi temporanei. Lo spettacolo dal vivo è tutt’altra cosa. Non credo di dovermi perdere in parole scontate sul concetto di socializzazione, di partecipazione e coinvolgimento dello spettatore e dell’artista, sono un uomo di numeri e mi trattengo dal fare considerazioni artistiche, ma mi verrebbe da chiedere: i costi di produzione, scenografia, gli attori, gli elettricisti, i macchinisti ecc chi li paga? Il Ministero? Non si è detto e non si dice. Netflix? No, grazie.

 

MMS: 130 milioni di euro destinati alla cultura dal Decreto Cura Italia. Di questi, 20 milioni sono destinati a tutte le realtà delle arti performative non finanziate dal FUS nel 2019.
Secondo lei basteranno per il settore che porta nelle casse statali il 6% del PIL?

 

MC: Sono un’elemosina. La somma diventata 130 milioni di cui 20 ai piccoli teatri nella misura di contributo da un euro a massimo 20 mila, i 100 residui dovranno essere ripartiti per tutti i teatri di Italia, per tutte le sale cinematografiche, per la musica, la danza, le fondazioni liriche. Beh, non ci vuole un esperto di economia per capire che il contributo non risarcirà nemmeno una settimana di lavoro ai soli teatri. Per quanto concerne il FUS quasi certamente verrà ridotto all’80% rispetto all’anno precedente e quindi i 130 milioni, sono stati ripresi ben 5 volte riducendo l’erogazione ai TRIC.

 

MMS: Economia e Patrimonio Culturale: sostegni alle imprese, tutela del capitale umano, incentivi e bonus, come immagina realmente l’affermazione dell’Impresa Culturale in Italia?

 

MC: Non esiste l’impresa culturale in Italia. Nessuno la riconosce e di conseguenza è inesistente.
Sto cercando di farmi fare un prestito dalla Banca attraverso il canale MCC e Confidi. E’ il fondo di Medio Credito Centrale destinato alle piccole e medie imprese. Quando mi sono presentato con la richiesta ho dovuto a gran voce dimostrare che il Teatro ha tutte le caratteristiche dell’impresa. Ma perché ho dovuto spiegarlo? Si pensa che il teatro, gli artisti, i tecnici audio e luci, i falegnami, i facchini, i registi, gli scritturati, il personale tutto che nel comparto cultura cuba ben oltre 150 mila persone – oltre gli indiretti per quasi altrettante unità – non lavori. Evidentemente, come di recente ho sentito dire a Salemme [Vincenzo, ndr] in un piccolo filmato, “i lavoratori dello spettacolo giocano, non sono lavoratori alla pari degli altri”.

 

MMS: Qualche anno fa una campagna abbonamenti del Parenti, stagione 14-15, citava una frase di Einstein: “Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione, perché porta progressi […] È nella crisi che sorge l’inventiva […] Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa che è la tragedia di non voler lottare per superarla” e l’hashtag portato avanti dalla direzione artistica in questo periodo è proprio #difficoltainopportunita.
Secondo lei quali sono le occasioni che il settore cultura oggi può cogliere?

 

MC: Le difficoltà certamente in molti casi rappresentano opportunità, ma vale in società in cui la politica è la prima a credere e a dare il giusto supporto a chi rischia e fa impresa.
Vorrei tanto che i teatri facessero come hanno fatto i ristoratori: portassero tutte le chiavi dei teatri chiusi ai sindaci. Forse sarebbe l’unico modo per capire se come settore ci dimenticano o se davvero per le istituzioni non esistiamo.

Anche prendere coscienza di questa ultima ipotesi sarebbe positivo. Almeno sai che è così.

 


 

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